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Quando e come si svolge la prima visita col pediatra

Prima visita dal pediatra: quando farla?

Una volta arrivata a casa con il proprio bambino, una mamma è travolta da mille emozioni, ma anche, a volte, da altrettanti dubbi sulla salute e sulla gestione quotidiana del neonato. Allattamento, sonno, coliche, pianto: sono solo alcune delle situazioni che potrebbero provocare qualche ansia nella mamma, e per le quali si può trovare nel pediatra di famiglia un valido sostegno e un sicuro alleato.

La prima visita con il pediatra quindi è un momento di fondamentale importanza non solo per la salute del neonato, ma anche per il benessere e la tranquillità della mamma. 

L’importanza della prima visita con il pediatra

Il pediatra è il medico “amico” dei bambini: un professionista attento e competente che accompagna il bambino nel percorso di crescita fino ai 14 anni, e diventa un punto di riferimento importante per tutta la famiglia. Compito del pediatra è non solo diagnosticare, curare e guarire il bambino, ma anche ascoltare, informare e sostenere i genitori, in un rapporto di fiducia reciproca destinato a crescere e durare nel tempo.

Di norma, la prima visita con il pediatra di famiglia si svolge nelle due settimane successive le dimissioni dall’ospedale, o al più tardi entro i primi 30-45 giorni di vita del bambino. Questa visita è un momento di conoscenza reciproca, tra il medico e il neonato, ma anche tra il medico e i genitori ed è importante si svolga in un clima di serenità e accoglienza. Il pediatra non si limita a misurare i parametri vitali del bambino, ma prende in carico tutto il suo benessere, e i genitori possono manifestare con fiducia tutti i propri dubbi e le proprie necessità.

Prima visita pediatrica: come prepararsi e che cosa aspettarsi

La prima visita del neonato con il pediatra viene vissuta, a volte, come un banco di prova per i genitori, e può generare un po’ di ansia. Per questo motivo i genitori possono sentirsi rassicurati sapendo come prepararsi, quali informazioni è importante fornire e quali domande il medico potrebbe rivolgere loro.

Innanzitutto, bisogna ricordarsi di portare con sé la lettera di dimissioni dall’ospedale e il report della visita effettuata dall’ospedale stesso ad una settimana dalla nascita. Questi documenti, infatti, riportano dati che il pediatra annota nella cartella clinica del neonato al momento iniziale dell’anamnesi generale: tipo di parto, età gestazionale alla nascita, peso e lunghezza, indice di apgar, risultato degli screening neonatali, eventuali terapie somministrate durante l’ospedalizzazione.

In seguito, il pediatra rivolge ai genitori domande riguardo la storia medica della famiglia: eventuali patologie di cui siano portatori i genitori, i fratelli i nonni, gli zii. E’ opportuno quindi che, prima di incontrarlo, i genitori raccolgano accuratamente, se già non l’hanno fatto durante il periodo della gravidanza, i dati relativi allo stato di salute dei membri delle famiglie di origine. Le informazioni riguardanti la presenza di malattie nei consanguinei consentiranno infatti al pediatra di consigliare ai genitori, a seconda dei casi, quali misure preventive adottare, o quali esami specifici effettuare per pervenire ad una diagnosi precoce.

E’ cura del pediatra informarsi anche sulle abitudini di vita familiari, per mettere in guardia da potenziali rischi per la salute del bambino quali, per esempio, quelli legati al fumo passivo.

A questo punto inizia la visita vera e propria del neonato, che viene sottoposto ad un controllo generale al fine di valutarne lo stato di salute e lo sviluppo psicomotorio. Il pediatra, con l’aiuto della mamma, posa il bambino sul lettino di visita, lo sveste e procede ad un esame visivo della pelle, del cordone ombelicale, dei genitali esterni. Misura e annota , peso e circonferenza cranica. Mobilita gli arti inferiori del bambino per controllare le anche, e quelli superiori per valutare il tono motorio generale. Controlla mediante palpazione l’addome e lo stato della fontanella cranica. L’ultima parte della prima visita pediatrica è dedicata alla valutazione dei riflessi neuromotori e sensoriali.

Solitamente, nel corso della prima visita, il pediatra prescrive vitamina D, vitamina K e fluoro. Viene anche illustrato il calendario delle vaccinazioni.

Sempre nell’ambito del primo incontro, inoltre, il pediatra fornisce informazioni per la prevenzione della SIDS, o sindrome della morte in culla, che nei primi cinque mesi di vita costituisce una delle principali cause di morte del lattante. In particolare, il medico spiega ai genitori quale sia la posizione consigliata per il sonno del lattante e quali accorgimenti mettere in pratica per ridurre i fattori di rischio.

Le domande importanti da fare durante la prima visita pediatrica

Bambino e genitori sono all’inizio di un percorso che li porterà ad incontrare il pediatra non solo per le emergenze, ma soprattutto per una serie di visite routinarie, chiamate bilanci di salute o visite filtro, durante le quali il pediatra misurerà sistematicamente i parametri di accrescimento del bambino e li confronterà con le tabelle auxologiche, o carte dei “centili”, così da valutarne la progressione di crescita e rilevare tempestivamente eventuali anomalie.

La prima visita, però, più delle altre è il momento in cui rivolgere al pediatra domande sulla salute del vostro bambino e chiedere consigli e rassicurazioni per affrontare con serenità la gestione quotidiana del piccolo.

Per esempio, come capire se il bambino sta crescendo bene. E’ un dubbio ricorrente nelle mamme, e il pediatra saprà darvi tutte le indicazioni necessarie per tenere monitorato lo stato di salute del vostro bambino.

Un altro motivo di incertezza è spesso come interpretare il pianto del bambino e comprendere se sia un pianto “fisiologico” o se indichi un malessere o addirittura sia sintomo di una patologia.

Altre domande frequenti nelle mamme sono quelle relative all’alimentazione: numero e durata dei pasti, segnali di sazietà nel bambino. Il pediatra discute con i genitori la gestione del bambino, fornendo sostegno all’allattamento naturale o indicazioni, se necessario, per quello artificiale.

Per quanto riguarda l’igiene quotidiana, si può chiedere al pediatra come tenere pulito il cordone ombelicale, e come procedere ad altre delicate operazioni quali la pulizia del nasino o delle orecchie.

Vuoi avere maggiori informazioni riguardo la prima visita pediatrica? Contatta i nostri esperti per prenotare una consulenza gratuita!

Esercizi pavimento pelvico: tante tipologie per diverse problematiche

Oggigiorno si parla sempre più dell’importanza e dei benefici degli esercizi per il pavimento pelvico sulla salute della Donna.

Questa zona del corpo è costituita da un insieme di muscoli che vanno a chiudere la cavità addominale, sostenendo gli organi pelvici quali: ano, retto, vescica, uretra e utero.

La disfunzione di questi muscoli può provocare diversi disagi relativi alla minzione, alla defecazione e alla sessualità. Alcuni problemi ricorrenti sono: incontinenza fecale, dolori durante i rapporti e infezioni.

Prevenire o effettuare una diagnosi tempestiva con annesso intervento riabilitativo è fondamentale.

Per le Donne, la salute del pavimento pelvico, rappresenta uno degli elementi principali per il mantenimento del benessere, in quanto il suo malfunzionamento va ad impattare pesantemente sullo stile di vita. In particolare questi muscoli possono creare problemi in gravidanza, nel post partum o in menopausa.

Vediamo quali esercizi per il pavimento pelvico sono indicati per mantenere i muscoli in salute.

Esercizi per il pavimento pelvico

Per migliorare il funzionamento del pavimento pelvico è utile svolgere 5 minuti di esercizi al giorno per tonificarlo.

Gli esercizi che frequentemente vengono consigliati per tenere in allenamento i muscoli e prevenire o curare l’incontinenza e le altre problematiche si suddividono in due fasi e sono stati ideati da Kegal, un ginecologo statunitense.

1. Trovare i muscoli

La fase iniziale deve iniziare con l’individuazione dei muscoli corretti da trattare e avviene attraverso diversi metodi.

  • Gli esercizi devono essere svolti da straidata, per contrarre più facilmente i muscoli. Si inizia contraendo quelli intorno all’ano, come per bloccare del gas che esce. Se si sente tirare si stanno usando i muscoli giusti da esercitare.
  • Poi si procede con i muscoli della vagina, bisogna rilassare e contrarre come se si stesse trattenendo la pipì.
  • Infine,quando si fa la pipì, bisogna interrompere il flusso e poi riavviarlo. Questo test non deve essere fatto frequentemente perchè potrebbe interferire con il normale svuotamento della vescica.

È frequente il caso in cui le Donne non siano in grado di identificare, autonomamente, i muscoli giusti da esercitare. In questi casi, il personale medico specializzato, può intervenire e aiutare.

2. Svolgimento degli esercizi

  • In primis bisogna sdraiarsi in un posto comodo in cui è possibile concentrarsi. Si inizia contraendo contemporaneamente i muscoli, precedentemente individuati contando fino a 3.
  • Poi, eseguire 5-10 contrazioni veloci ma decise.
  • Contrarre nuovamente ma in modo lento, poi rilassare e ripetere nuovamente per 8-10 volte.
  • Importante ricordare, durante tutte le fasi, di rilassare glutei e pancia.

Spesso non è facile svolgere autonomamente questi esercizi, quindi rivolgersi ad un professionista può migliorare la situazione.

Il personale medico, solitamente, propone esercizi del pavimento pelvico semplici che riguardano la contrazione, il rilassamento e la respirazione.

Per ottenere dei risultati è importante che gli esercizi insegnati vengano poi ripetuti a casa come allenamento quotidiano. La costanza  e l’impegno della Donna restano la base per ottenere miglioramenti.

Vuoi risolvere alcune problematiche o vuoi prevenirle con degli esercizi per il pavimento pelvico? Progetto Donna può aiutarti in questo percorso.  Chiamaci allo 049.7387426 o scrivici a info@progettodonnapadova.it per prenotare una consulenza o ricevere maggiori informazioni!

Depressione post partum: sintomi

La depressione post-partum e i sintomi a essa correlati, si distinguono dalla depressione più comune soprattutto per il periodo in cui si riscontra l’insorgenza.

In seguito al parto nelle donne possono scatenarsi una serie di cambiamenti umorali dettati anche dagli sbalzi ormonali. In questo preciso contesto, la Donna può incorrere in problematiche, quali il baby blues, che può risolversi in un breve periodo oppure in questa particolare tipologia di depressione che può durare per periodi maggiori.

È importante saper distinguere le proprie sensazioni in seguito alla nascita del bambino, per poter capire se si tratta di depressione post partum con sintomi più duraturi e seri o se si parla di baby blues.

Depressione post partum e sintomi: un confronto con baby blues

In seguito alla nascita del proprio figlio, nella Donna possono affiorare alla mente una serie di paure e preoccupazioni. Queste sensazioni possono dipendere da possibili complicazioni del parto, da disagi economici e finanziari, da problemi coniugali o familiari.

Solitamente i sintomi del baby blues tendono a comparire nei giorni immediatamente successivi al parto, possono durare per massimo due settimane e non necessitano per forza di un trattamento medico.

In ogni caso, è utile rivolgersi al medico per capire se questi sintomi possono degenerare in una depressione post partum. 

La depressione post partum e i suoi sintomi sono simili a quelli del baby blues, ma più accentuati. Troviamo:

  • insonnia;
  • isolamento dalle altre persone;
  • difficoltà di legame col bambino;
  • irritabilità eccessiva e rabbia;
  • perdita di appetito;
  • sentimenti di autosvalutazione e pensieri suicidi e autolesionisti.;
  • elevata tristezza;
  • calo del desiderio sessuale.

La depressione post-parto, se non viene riconosciuta e trattata, può durare anche per lunghi periodi. In alcuni casi, in particolare per soggetti predisposti alla depressione può tramutare in forme più gravi che provocano: allucinazioni e deliri, paranoie, confusione e disorientamento.

Queste situazioni sono particolarmente gravi e devono essere gestite da uno specialista che può aiutare la Donna in difficoltà.

Depressione post partum e sintomi: come curarli

La depressione post partum e i suoi sintomi sono una problematica che deve essere trattata da un medico specialista che definisce una terapia, progettata a seconda della gravità della situazione della Donna.

Il trattamento che viene prescritto, solitamente, comprende l’uso di psicofarmaci come antidepressivi o ansiolitici (nel caso di agitazione e ansia frequente).

La terapia deve comprendere anche un periodo di psicoterapia, in cui la Donna parla con uno psicologo o uno psichiatra, condivide i problemi e fa fronte ai propri sentimenti, percorso  essenziale per guarire.

Solo nei casi più gravi, risulta essere necessario ricoverare la Donna all’interno di una struttura ospedaliera.

Se sei alla ricerca di altre informazioni o stai cercando sostegno post parto, Progetto Donna offre servizi di supporto psicologico e assistenza post parto!

Aumento di peso in menopausa: cause e rimedi

L’aumento di peso è una problematica molto diffusa tra le Donne.

In questo periodo molto particolare, il corpo inevitabilmente cambia, questo è dovuto a un calo del livello di estrogeni.  Per restare in forma, è importante variare le proprie abitudini e questo non è affatto semplice. Non c’è un consiglio unico per tutte, ma qualcosa si può fare per contrastare l’aumento di peso in menopausa, specialmente se si trova un centro specialistico, in cui vari professionisti seguono la Donna lungo questo delicato percorso di cambiamento.

Aumento di peso in menopausa: cause

L’aumento di peso in menopausa è determinato dagli estrogeni, il gruppo di ormoni responsabili dello sviluppo dei tessuti e degli organi riproduttivi femminili che cala notevolmente, dando la possibilità agli androgeni di aumentare.

Ciò porta al cambiamento del metabolismo basale, che per funzionare, ha bisogno di molte meno calorie, ecco perché in questo periodo di vita il peso aumenta e il grasso si ridistribuisce in determinati punti più che in altri. Questo vuol dire che, consumando gli stessi cibi di sempre, con la menopausa l’organismo brucia meno calorie. Il primo cambiamento visibile è l’incremento del grasso viscerale (la pancetta), con conseguente aumento del girovita, che dovrebbe essere un campanello d’allarme sulla possibilità che vi siano alterazioni a livello glicemico, con conseguente sviluppo della sindrome metabolica

Ricordiamo che la menopausa è fisiologica e che avviene nel periodo di tempo compreso tra i 48 e i 52 anni.

L’aumento di peso in menopausa: altri fattori

I fattori che determinano l’aumento di peso in menopausa sono diversi. Oltre allo squilibrio ormonale di cui abbiamo già parlato, infatti, determinanti sono:

  • la perdita di massa muscolare, che si nota con il passare degli anni e se non si fa attività fisica;
  • il sonno inadeguato;
  • l’incremento della resistenza all’insulina, cioè l’accumulo di peso è legato a doppio filo con una maggior produzione di insulina (che sappiamo essere un ormone) da parte del pancreas. La resistenza all’insulina si verifica quando l’organismo, a seguito, ad esempio, di diete diverse e troppo restrittive, vuole proteggersi dall’obesità. Sentire parlare di indice glicemico significa proprio questo: fare in modo, attraverso l’alimentazione che il pancreas non produca troppa insulina, il rischio è quello di sviluppare il diabete, oltre che aumentare di peso.

Tra i rimedi per perdere peso, il meno consigliato è eliminare alcuni cibi, pensando faccia bene non consumarli. Il rimedio migliore è affidarsi a uno specialista, che sia in grado di calcolare il fabbisogno calorico individuale e che prescriva una dieta personalizzata, che deve diventare uno stile di vita vero e proprio.

Cosa fare per mantenersi in forma in menopausa

Come già detto, non esiste una formula magica che vada bene per tutte, è possibile però porre attenzione ai fattori che determinano l’aumento di peso.

Già in premenopausa occorre tenere d’occhio la circonferenza del girovita, perché non deve superare gli 80 cm. Inoltre occorre un drastico cambiamento nello stile di vita, considerando le caratteristiche di ogni Donna e facendosi aiutare da uno specialista.

Per contrastare l’aumento di peso, ci sono alcuni aspetti importanti da considerare:

  • avere una buona idratazione, inserendo nella propria dieta il classico litro e mezzo d’acqua;
  • assumere più fibre, in grado di favorire il senso di sazietà e la giusta motilità intestinale,  che contribuisce al controllo glicemico, fattore chiave nell’aumento di peso;
  • svolgere un’attività fisica regolare, semplicemente muoversi in modo costante favorisce il funzionamento del metabolismo basale e aiuta a consumare un numero maggiore di calorie. Tra le pratiche consigliate ci sono anche lo yoga e il pilates, che aiutano a mantenere l’elasticità del corpo;
  • riposare almeno 8 ore per notte, anche aiutandosi con rimedi naturali;
  • prima di colazione, bere un bicchieri d’acqua per la purificazione dell’organismo. Se è gradito, aggiungervi il succo di limone, che aiuta la basificazione del corpo;
  • ricorrere a integratori naturali, che aiutano a contrastare i sintomi tipici, quali vampate di calore ed eccessiva sudorazione, consigliamo di chiedere sempre aiuto all’esperto.

La dieta per non aumentare di peso in menopausa

Partendo dal presupposto che, come già accennato, non esiste una dieta standard per tutte le Donne in menopausa, vi sono alcuni principi di base, che valgono per tutte:

  • Fare 5 pasti al giorno. Vale sempre il detto “Poco ma spesso”, perchè, facendo piccoli spuntini, non si esagera ai pasti principali.
  • I metodi di cottura devono essere leggeri, è bene lasciare i piatti elaborati per occasioni speciali.
  • Consumare alimenti ricchi di calcio e vitamina D per il benessere del sistema schelettrico;
  • Occorre ridurre i grassi animali ed eliminare del tutto le bevande contenenti grandi quantità di zucchero (le gasate fra tutte), e gli alcolici.

Invece si possono consumare a volontà tisane depurative e tè verde, ottimo antiossidante naturale. Ricordati che serve molta pazienza nel cambio delle abitudini quotidiane, se si considerano una alla volta, senz’altro si arriverà a trovare il proprio equilibrio in breve tempo.

A chi affidarsi per evitare l’aumento di peso in menopausa

Per evitare l’aumento di peso in menopausa e affrontare con serenità questo periodo della tua vita puoi affidarti a Progetto Donna, il poliambulatorio pensato per il benessere femminile a Padova. Ricordiamo che gli specialisti del benessere femminile sono a completa disposizione per ogni esigenza.

Contattaci ora e fissa un appuntamento!

Come combattere la stitichezza in gravidanza

La stitichezza in gravidanza è una condizione molto comune che si presenta durante uno dei periodi più belli della vita di una Donna.

Questo disagio, a volte, può essere davvero invalidante e destabilizzare le Donne, portando gonfiore, dolori addominali e irritazione.

Comprendere come affrontare la stitichezza in gravidanza, è fondamentale per ritrovare l’equilibrio con il proprio corpo e affrontare questo periodo di trasformazione con meno stress.

Stitichezza in gravidanza: cos’è e da cosa dipende

La stitichezza in gravidanza o stipsi, è una condizione caratterizzata dalla difficoltà di evacuare le feci. Si parla di stipsi quando la frequenza delle evacuazioni durante la settimana è molto difficoltosa e ridotta (meno di tre volte), le feci sono particolarmente dure e c’è la necessità di un aiuto manuale.   (inserire link del percorso → STITICHEZZA)

In generale, la stitichezza può dipendere da:

  • una scorretta alimentazione: dieta povera di fibre, frutta e verdura e acqua;
  • sedentarietà;
  • un cambiamento dello stile di vita e delle condizioni climatiche;
  • presenza di malattie gastrointestinali o metaboliche;
  • scorretto funzionamento dei muscoli del pavimento pelvico
  • uso di farmaci.

In casi particolari, come quello della stitichezza in gravidanza, le cause sono riconducibili alla modificazione ormonale e fisica che avviene durante i mesi di gestazione.

Quasi la metà delle Donne soffre di stitichezza in gravidanza per colpa degli sbalzi ormonali e dalla ridotta introduzione di frutta e verdura nella dieta che viene modificata in conseguenza alla nausea frequente nei primi mesi.

Sintomi della stitichezza in gravidanza

I sintomi che più si riscontrano nei soggetti stitici riguardano: dolori addominali, gonfiare, ridotta frequenza dell’evacuazione, la presenza di feci molto dure, sensazione di un blocco anorettale, ricorso a manovre manuali o ad altri strumenti come clisteri e supposte e la necessità di uno sforzo eccessivo per defecare.

La stitichezza in gravidanza e in generale, può andare a modificare la qualità di vita di una persona.

A lungo andare questo disturbo può provocare altri problemi come: emorroidi per lo sforzo eccessivo e ragadi, a causa della presenza di feci molto dure. Nei casi peggiori entrambe causano dolori e perdita di sangue.

Rimedi per la stitichezza in gravidanza

Ci sono una serie di accorgimenti da seguire per affrontare il problema della stitichezza, questi sono sicuri e consigliati anche durante il periodo della gravidanza:

  • curare l’alimentazione: introducendo alimenti ricchi di fibre, soprattutto solubili,  come cereali integrali, frutta (prugne, kiwi, fichi, mele), verdura a foglia verde e legumi;
  • bere tanta acqua: almeno 2 litri al giorno o introdurre liquidi tramite zuppe e centrifughe;
  • aumentare l’attività fisica: evitando di restare fermi per lunghi periodi e incentivando il movimento per diminuire lo stress e facilitare la peristalsi;
  • introdurre integratori specifici ricchi di probiotici;

Nei casi cronici e più persistenti si consiglia di rivolgersi al proprio medico, soprattutto se si soffre di stitichezza in gravidanza è importante affidarsi a un professionista per evitare di recare danni alla salute del bambino. Cercare di risolvere il problema autonomamente con l’uso eccessivo di lassativi o medicinali potrebbe peggiorare la situazione.

Se vuoi un consulto su come combattere la stitichezza in gravidanza, Progetto Donna offre un percorso per la cura della stitichezza. Contattaci per saperne di più!

Agopuntura: dopo quante sedute fa effetto

Agopuntura: dopo quante sedute fa effetto?

L’agopuntura è una pratica di medicina alternativa che trova origine nell’antichità.

Sottoporsi a questo trattamento, che deve essere praticato dal medico agopuntore, permette di risolvere problematiche legate al mal di schiena, all’emicrania, alla nausea e ad altri disturbi.

Ancora oggi però, questa tecnica porta con sé diversi dubbi e quesiti sul suo funzionamento e  sugli effettivi benefici che essa comporta.

Ma, la domanda più comune resta sempre:  “L’agopuntura: dopo quante sedute fa effetto?”

Cos’è l’agopuntura

Partiamo dal principio, l’agopuntura è una tipologia di medicina alternativa che si basa sull’inserimento di aghi in punti particolari del corpo, chiamati meridiani (canali di flusso dell’energia vitale).

Questa pratica pensa che, l’ostruzione di questi meridiani, provochi la comparsa dei problemi di salute. L’applicazione di questa tecnica in determinate zone del corpo, dovrebbe ristabilire il benessere della persona.

Si può considerare l’agopuntura come un metodo di guarigione alternativo e completamente naturale che cerca di ristabilire il normale flusso di energia all’interno del corpo.

A volte l’agopuntura è utilizzata come sostegno e ausilio alla terapia farmacologica.

A cosa serve agopuntura

Questa tecnica medica alternativa vanta un largo ventaglio di applicazioni, sia fisiche che psicologiche:

  • disagi psicologici: stress, tabagismo, tremori e irritabilità.
  • disturbi fisici dolorosi: cervicale, cefalea, artrosi, contratture, tendiniti, gastrite, ecc..;
  • patologie fisiche non dolorose: stipsi, allergie, asma, insonnia.

In generale, dal momento che ha un effetto antalgico, quando ci si chiede a cosa serve l’agopuntura, non si sbaglia affermando che può essere utilizzata soprattutto per il trattamento naturale di tutte le patologie dolorose croniche ma anche per quell’insieme di disturbi psico-fisici che comportano una manifestazione cronica, non necessariamente dolorosa.

Inoltre la terapia agopunturale fornisce benefici al flusso ematico, ai riflessi neurovegetativi e vascolari, il tutto senza provare alcun dolore, dal momento che gli aghi sterili utilizzati, che possono essere in acciaio, rame o argento con rivestimento in silicone, sono molto sottili e, al massimo, possono provocare qualche formicolio.

Agopuntura: dopo quante sedute fa effetto?

È bene considerare che ogni soggetto è differente e presenta caratteristiche psico-fisiche e dolori e problematiche diverse.

Tuttavia, generalmente i trattamenti possono durare dalle 5 alle 10 sedute.

Alcuni soggetti possono percepire un miglioramento immediatamente dopo la fine dei primi incontri, mentre altri necessitano di più tempo per rispondere agli stimoli.

È dunque estremamente complicato definire una tempistica che quantifichi con precisione dopo quanti appuntamenti si possono ottenere i risultati.

Un forte impatto per il raggiungimento dei benefici desiderati, ce l’ha la capacità diagnostica dell’agopunturista che, sempre utilizzando gli aghi, è in grado di circoscrivere il più possibile la fonte del disturbo al fine di intervenire con successo.

È possibile che il soggetto non risponda all’agopuntura?

L’agopuntura può rivelarsi non risolutiva in presenza di determinate condizioni psichiche ed emotive che, in modo non palese, provocano disturbi fisici.

Vi è anche la possibilità che, in caso di assunzione di farmaci protratta nel tempo, la risposta alla terapia non sia così pronta e visibile.

Inoltre, quando il soggetto soffre di determinate casistiche depressive, l’intervento agopunturale potrebbe non avere effetto a causa proprio della natura dell’anomalia di gestione della serotonina prodotta dall’organismo.

Chi può praticare l’agopuntura in Italia

Sul territorio nazionale, questa forma di medicina alternativa può essere praticata esclusivamente da chi possiede una laurea in medicina e chirurgia. Chiunque pratichi l’agopuntura senza i requisiti richiesti dalla legge italiana, è punibile penalmente.

Qualche cenno storico sull’agopuntura

Alcuni storici affermano che le origini dell’agopuntura, le cui radici derivano dalla medicina tradizionale cinese, risalgono al 100 a.C.

Tuttavia il primo riferimento scritto all’agopuntura è il “Canone di Medicina Interna dell’Imperatore”, del 300 a.C.

Dopo essersi propagata nell’area del sud-est asiatico, questa medicina alternativa raggiunse l’Europa nel XVI secolo.

Passando attraverso giudizi contrastanti da parte delle autorità sanitarie delle varie Nazioni, si arriva alla storia contemporanea, scandita da tre momenti importanti: nel 1939 George Soulié de Morant tradusse alcuni testi tradizionali cinesi, dai quali si evinsero i termini tecnici di questa disciplina ancora oggi utilizzati; nel 1972 gli Stati Uniti aprirono la prima struttura legale per la pratica dell’agopuntura.

Infine, nel 2010 l’UNESCO ha inserito l’agopuntura come un Patrimonio Immateriale dell’Umanità.

Hai bisogno di una seduta di agopuntura? Contatta i nostri esperti per prenotare una consulenza gratuita e ricevere informazioni riguardo il trattamento! Chiamaci al 049.7387426 o scrivici info@progettodonnapadova.it